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He perdido el comentario que acababa de escribir y me voy a word para que no me vuelva a pasar. Decía que me ha gustado mucho el comentario de Armando Fumagalli, y che coincido plenamente en que “The quiet american” presenta como simpático al periodista inglés mientras que el americano es mucho más soso (aunque tiene virtudes como la valentía, la capacidad de acción, etc). En parte influye que los propios actores son: muy simpático Michael Caine (el periodista) -al menos para mí- mientras que el americano de la CIA no lo es. ¿Qué hubiera pasado si el chico de la CIA hubiera sido representado por Gary Cooper, por ejemplo? En la novela de Greene, el americano es larguirucho, por lo que le hubiera ido bien a Cooper.

Espero con ansia la salida del libro de Armando, y quisiera saber cuándo y dónde se puede comprar.

No sé si me meto en un asunto más complicado cuando me pregunto por qué la literatura del XIX ha sido capaz de producir obras como “Ana Karenina” o “Crimen y Castigo”, donde los autores son capaces de sugerir que las acciones de los protagonistas, buenas o malas, son justas o equivocadas, sin que se les vea el plumero. No veo en las grandes novelas del XX algo semejante (aparte, por supuesto, de mi adorado Waugh). Volviendo a “El americano tranquilo” de Greene, por ejemplo, no es claro. Después de leer la novela, yo saco la conclusión de que el periodista inglés no se ha portado bien. Pero quizá porque antes de leerla, yo ya sabía que ser infiel a la propia mujer y no avisar de un peligro mortal a uno que me ha salvado la vida, son dos cosas injustas. ¿Es posible que algún lector no vea esto, es decir, que crea que Fowler (el inglés) ha actuado bien?

Me gustaría saber la opinión de AF –y de todos- sobre este último tema.

Chiedo scusa ma ho letto solo oggi i tre commenti. Sono d'accordo su tutto quanto scritto da CS Brenes NG Gaitano.
Rispondo intanto molto sinteticamente, sperando forse, fra qualche giorno, di poter scrivere qualcosa di più.
Ho visto "The Quiet American": la valutazione di questo film a mio parere è articolata. Il problema è che utilizza tutta una serie di strategie narrative per far sì che il "buono" (quello con cui sta lo spettatore) sia l'inglese e il "cattivo" l'americano. Invece si tratta di due personaggi molto complessi, ciascuno dei quali fa alcune scelte giuste e altre sbagliate. L'idea che però rischia di passare allo spettatore ingenuo (quella che a mio parere condividono gli autori) è che tutti gli atteggiamenti dell'americano sono sbagliati e tutti quelli dell'inglese giusti. Però non credo che una persona adulta. intelligente e ben formata si lasci influenzare pesantemente da un solo film così. Dovrebbe avere la maturità di valutarlo. Il problema pratico, eventualmente, è se si vedono solo o quasi film di questo tipo per tempi relativamente lunghi...
Il punto chiave, come dice CSB, non è rappresentare o meno comportamenti sbagliati (a prescindere da problemi tipo violenza e pornografia: si può raccontare qualsiasi cosa, anche i delitti più terribili, senza ricorrere né all'una né all'altra), ma la valutazione che sempre, implicitamente, ne viene data. Cioè il suggerire che le scelte (buone o cattiva) siano giuste o sbagliate, cosa che avviene sempre in un modo o in un altro. Una riflessione sulla narativa di Dostoevskij (che è pieno di assassini, adulteri, ecc.) o Tolstoj (Anna Karenina) può aiutare a capire quello che intendo.
Il problema del finale positivo o negativo è un'altra cosa. A mio parere la logica dei finali è una logica "retributiva", cosa che i critici europei non capiscono. La logica retributiva o la logica narrativa (per es. in una storia di sacrificio, come Il Gladiatore) può addirittura richiedere che la storia finisca "male". Ma quello che dico -nel libro lo spiego meglio- è che il significato del finale non è sociologicamente descrittivo di quello che avviene di solito, è di scioglimento "logico" delle vicende.
Chiedo scusa per l'estrema sintesi.
Armando Fumagalli

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