IL LAVORO DELLO SPETTATORE DI CINEMA
Poetica & Cristianesimo - Seminario Permanente 2008
Terza Sessione
Giovedì 27 novembre / 15:00 – 18:00 / Aula A.101
Film: Hero, Zhang Yimou, 2002.
Tema: Quando la trama nasconde il tema. Non sempre quello che percepiamo a prima vista costituisce l’essenza di quello che vediamo.
Questioni da studiare: Il mito poetico come anima del racconto. Come si arriva al nucleo tematico di un film?
Materiali su Hero:
-Ch. Taylor: “You'd have to be dead not to be thrilled by it”
-J. Hoberman: “It’s glorification of ruthless leadership and self-sacrifice on the altar of national greatness, is redolent of fascinatin' fascism”
-Ph. French: “Well, Mao would've liked it”
-D. Walsh: “The director increasingly seemed to be arguing for a kind of stoicism”
-J. Li (attore di “Senza Nome”): “It's a film that says country comes first, then city, then family”
-R. Y. Eng: “The master of the Zhao calligraphy school: Their arrows might destroy our town, but they can never obliterate our culture”.
-S. Rose: “The heroism of the title is open to ambiguity”.
Il senso di una storia non scaturisce solo dai dialoghi fra i personaggi, ma piuttosto dal tutto (personaggi, dialoghi, azioni, colori, ritmi, musica…). La domanda sul senso di un film e una domanda sul principio della sua unità interna. Tale principio viene chiamato da Aristotele “mito”.
“Principio e quasi anima della tragedia è il mito” (Aristotele, Poetica 1450 a 40-41).
Il mito poetico si lascia “intravedere”, tra l’altro, nel climax finale e nella risoluzione. Da lì si può tornare su ciò che si è visto e capirne il senso quando si mette in contrasto con la propria identità personale. Questo “tornare” sulla storia nel suo insieme è ciò che Ricoeur chiama “applicazione” e Gracía-Noblejas, “seconda navigazione o lettura critica”.
Alcune domande da farsi su Hero, di Zhang Yimou:
-Chi sarebbe l’eroe in questo film?
-Quale è l’idea di eroismo che da senso alle azioni dei personaggi?
-Quale è la risposta personale (di ognuno di noi) a questa proposta di eroismo?
Dopo alcune settimane mi arriva questo commento del Prof. José María La Porte:
Una possibile chiave di lettura di Hero sarebbe esplorare analiticamente il rapporto tra le diverse parti del film e tutta la storia, i rapporti fra i particolari e il quadro narrativo generale. Da una parte ci sono le scene che offrono un’attenzione voluta sui particolari: i colori, le foglie che volano, i disegni delle parole in Cinese, le gocce di acqua (di pioggia), il sangue che inizia a uscire lentamente, una freccia che cade, la lentezza di alcuni modi di raccontare con una scelta particolare di parole e tipo linguaggio… D’altra arte abbiamo una realtà grandiosa e angosciante allo stesso tempo: migliaia di frecce che volano in aria, numerosissimi soldati, grandiosità del palazzo reale con centinaia di scalini, impressionanti gridi di condanna a morte da parte di una folla che vuole vendetta, ampi spazzi naturali dove i protagonisti sembrano piccoli burattini.
Sembra che la storia progredisce tra questi due poli, anche quando si analizzano i personaggi: un uomo insignificante in contrasto con un altro è signore di gran parte della Cina, un uomo che si sacrifica per uccidere l’Imperatore e dopo decide di non ucciderlo per servire all’unità del Impero e sconfiggere le guerre. Il personaggio principale liberamente diventa vittima passando da uno stremo all’altro, prima come uno che vuole uccidere il tirano per liberare il suo popolo e vendicarsi, dopo come uno che salva all’Imperatore e si lascia uccidere proprio per favorire l’unità e risparmiare al popolo le guerre intestine che ci sarebbero in futuro. L’Imperatore ha anche una certa ammirazione per il personaggio principale, che è riuscito ad ingannare tutti, perfino lui stesso. Ma sembra che l’Imperatore apparentemente si deve sottomettere alle voci che chiedono l’esecuzione di quello che ha tentato di ucciderlo, anche se non lo ha fatto liberamente, volutamente, avendo l’opportunità.
Il presunto criminale viene ucciso come se fossi un assassino, ma onorato dopo la morte come un eroe che si sacrifica (non può non sacrificarsi) per l’unità dell’Impero e la fine delle guerre clandestine. È come se l’individuo venisse sacrificato necessariamente, per di più volontariamente, per fare andare avanti la storia del suo popolo.
Posted by: Carmen Sofia Brenes | Dec 23, 2008 at 04:33 PM
Ecco un altro commento su "Hero":
Carlos Jódar: Confesso che la mia prima impressione alla fine del film non aveva niente a che fare con disagi di alcun tipo. Ciò che prevaleva era il godimento di un bel spettacolo audiovisivo: colori, musica movimenti misurati, ieratismo esotico, il suono della lingua cinese… Tuttavia, quando nella discussione è venuta a galla l’esistenza di una certa seccatura riguardo alla storia da parte di più partecipanti, mi sono unito senza dubitare alla tendenza generale, perché infatti c’era qualcosa che non andava.
Questa reazione va spiegata, prima di tutti a me stesso.
Non mi aspettavo sorprese, perché il film lo avevo già visto, e ho adottato inconsciamente (sottolineato) l’atteggiamento che di solito ho davanti a un’opera lirica: godermi lo spettacolo e lasciar perdere la storia. Riguardo all’opera faccio così perché ritengo che molto spesso le trame operistiche non sono che un collage di eruzioni sentimentali strumentalizzate per giustificare il pathos delle performances musicali.
Dunque, inconsciamente (di nuovo sottolineato) avevo classificato la storia di Hero come qualcosa che non vale la pena di rivisitare. Ma cercando un perché a questa reazione devo ammettere che la struttura narrativa di Hero non mi risulta né banale né sempliciotta. Il problema deve essere un altro. E credo di poterlo individuare nello sfondo, là dove trovano luogo — e protezione — le presupposizioni.
Qualsiasi atto di comunicazione dà luogo a presupposizioni. Non può essere altrimenti giacché è impossibile esplicitare tutto sempre. Le presupposizioni sono gli elementi che i parlanti ritengono non negoziabili e perciò vengono allontanati dal tema (ciò di cui si parla) e confinati nello sfondo (ciò che si dà per scontato). Aldilà delle possibilità di manipolazione retorica di questo fatto, si tratta innanzitutto di qualcosa di naturale.
U. Eco in un suo studio sulla presupposizioni (I limiti dell’interpretazione, 273 ss.) offre come esempio: “Ho accusato Maria di aver comperato un vestito nuovo”. In questo enunciato si invia allo sfondo il concetto “Comperare un vestito nuovo è una cattiva azione” e così resta protetto, escluso dalla contestazione. Cioè, non è che tale concetto non possa essere contestato en assoluto, ma diventa necessario ricorrere a una negazione metalinguistica, vale a dire, bisogna questionare l’insieme dell’atto comunicativo, perché serve un cambiamento di tema. Se uno non è d’accordo con il fatto che comperare un vestito nuovo è una cattiva azione, dovrebbe rifiutare il tema in atto (“cosa ho detto o non detto a Maria?”) e proporre uno nuovo (“Da quando è delitto comperare un vestito?”).
Capire la lettura (o la visione di un film) come un dialogo apre prospettive molto interessanti per la comprensione di tale atto. Nonostante ciò, la lettura è un dialogo particolare, perché la non copresenza di emittente e ricevitore fa impossibile quella continua inversione di ruoli, caratteristica del contesto orale (il ricevitore diventa emittente e viceversa). In conseguenza, il lettore non ha nessuna possibilità di fare una negazione metalinguistica per contestare lo sfondo. Non può assumere il ruolo di emittente per cercar di cambiare il tema, perché non ha davanti a sé l’autore per farlo assumere il ruolo di ricevitore. Il lettore o lo spettatore deve rassegnarsi a andare fino in fondo trascinando con sé i presupposti che il messaggio man mano stabilisce. Se tali presupposti li risultano inaccettabili e simultaneamente sono fondamentali per il sostentamento della trama, si concluderà probabilmente con un rifiuto globale della storia. Credo che nel caso di Hero mi è successo proprio questo.
Il problema dello sfondo di Hero penso che sia stato descritto molto bene dal prof. Malo: la trama ha bisogno di ridurre al minimo la libertà e la dignità delle persone per poter funzionare. Tuttavia non ritengo necessario ipotizzare un complotto per spiegare questa impostazione. Gli elementi dello sfondo hanno a che fare con ciò che si chiama "autore modello" (o implied author), che non è né una persona né un personaggio, ma le traccie della soggettività dell’emittente presenti nel messaggio. Lo sfondo di Hero dipende da una cosmovisione non cristiana all’interno della quale la dignità personale è assai trascurabile. A questo riguardo mi sono ricordati il disagio (di nuovo) che ho provato leggendo la biografia di Mao Tse Tung di Jung Chang (l’autrice di Cigni selvatici). Ciò che più mi ha turbato del libro non sono i misfatti del personaggio, ma la prontezza alla sottomissione al tiranno che si scorge nell'contesto del racconto.
Posted by: Carmen Sofia Brenes | Dec 04, 2008 at 12:15 PM
Antonio Malo: Più che un commento si tratta dell’impressione che ho avuto nel vede “Hero”: il forte contrasto fra la bellezza formale del film ed il suo contenuto, a mio parere, di una grande disumanità. Sembra come se il regista per poter far passare il suo messaggio (la pace di molti vale la pena il sacrificio di pochi) si sia servito strumentalmente della bellezza. Nel separare la bellezza formale dalla dignità umana si rende possibile calpestare quest’ultima senza dover curarsi dell’indignazione di un pubblico che si dice — al meno a parole — a favore dei diritti umani. Perché un tale pubblico è abituato a fondare il diritto sulla sfera affettiva e non su quella razionale.
I titoli iniziali potrebbero far scoprire l’inganno retorico del film, qualora essi fossero letti e messi in rapporto con una tale separazione. Infatti, vittime e carnefici vengono presentati come ugualmente eroici, cioè come ugualmente belli, poiché i primi muoiono e i secondi uccidono per gli stessi motivi: amore, amicizia o per un ideale (guarda caso sono tre fra i più importanti motivi sui quali si basano per molti i diritti umani). Sembra così che la differenza fra giusto e ingiusto non si trovi nell’essere vittima o carnefice, ma solamente nella bellezza o bruttezza dei motivi. Tutt’e tre motivi sono belli e, perciò, vale la pena uccidere o essere ucciso. In realtà ciò che si cela dietro la estetica come fondamento del giusto è la volontà di potenza dei più forti, tramutata di eroismo e avvolta di bellezza.
Posted by: Carmen Sofia Brenes | Dec 03, 2008 at 11:59 AM
Dopo la proiezione di “Hero”, ho cercato di fare una proposta di “prima” e “seconda navigazione” sulla storia.
Ecco alcune delle opinioni dei partecipanti che mi sono arrivati dopo l’incontro:
Enrique Fuster: Favola moralizzante che cerca di far passare un esplicito messaggio: la pace e la concordia tra i popoli (e la unità nazionale) è un bene superiore per il quale vale la pena sacrificarsi, nel senso di rinunziare al desiderio di vendetta, a ogni tipo di violenza e persino alla propria vita.
I tre eroi del racconto, che sono anche presentati come saggi (Spada Spezzata, Senza Nome, e lo stesso Re), lo hanno capito e sono disposti a immolarsi per questo ideale. A questi tre si potrebbe aggiungere il Maestro di Calligrafia (il quale difende la forza delle parole, la tradizione e la cultura di fronte alle armi), sebbene la sua “esistenza” è in dubbio, visto che appartiene a un racconto che poi si dimostra essere falso.
Penso che il film non raggiunge comunque il suo scopo. Il Re, con il suo strapotente esercito e tutte le sue precauzioni più le guerre nelle quali ha ormai partecipato e parteciperà ancora, sembra un tirano, e lo spettatore (o almeno il sottoscritto) trova disaggio quando Senza Nome gli perdona la vita e poi viene ingiustamente giustiziato. Il suo sacrificio pare inutile e assurdo, come quello di Spada Spezzata. Mentre la insistente equiparazione dell’arte della spada con la calligrafia, sulla quale poggia il tema, risulta confusa e poco convincente (riconosco non averla capito del tutto).
Così il film, brillantemente realizzato, finisce per deludere, per la mancanza di coerenza interna, la superficialità, il sentimentalismo (suicidio di Neve Che Vola) e un approccio semplicistico a una realtà complessa come quella della pace.
Diego Contreras: Non avevo visto prima il film tranne alcune scene che mi avevano molto impressionato per la loro bellezza formale. Devo dire, in ogni caso, che durante la proiezione pure io ho sentito un po’ di disagio per il taglio sottilmente propagandistico del film. Ma riflettendo adesso, sulla scia di quanto si è detto qua, mi sembra che il disagio non nasce da questa strumentalizzazione propagandistica. Infatti, sotto molti aspetti pure i film western sono propagandistici e vedendoli non ricordo di aver provato quel senso di rigetto che ho sperimentato davanti a “Hero”. In realtà, il rifiuto è più profondo e probabilmente è legato a quello che ha detto il prof. García-Noblejas: qui non conta la persona, tutto è al servizio di una ragione di Stato, ecc. Non so se si dovrebbe aggiungere anche una causa culturale: sono nato con i western, li capisco, ma la cultura cinese mi è molto lontana.
Posted by: Carmen Sofia Brenes | Dec 01, 2008 at 11:06 AM